RISVEGLI TEDESCHI: “MA IL BREXIT DANNEGGIA ‘NOI’!?”

Maurizio Blondet 20 dicembre 2018

“Dobbiamo essere chiari. Più di 750.000 posti di lavoro in Germania dipendono dalle esportazioni verso la Gran Bretagna. Le catene di produzione e approvvigionamento just-in-time sono a rischio “:  così Eric Schweitzer, capo delle Camere di commercio e industria tedesche (DIHK), ha avvertito che “la Brexit minaccia enormi conseguenze per l’economia tedesca”. “Abbiamo solo tre mesi e nessuno dovrebbe  scherzare. Senza un accordo non c’è fase di transizione, di cui le nostre aziende hanno fortemente bisogno “:  così Dieter Kempf, presidente della Federazione dell’industria tedesca (BDI).  L’indice IFO sul senimento degli esportatori tedeschi è precipitato. “Sono assaliti dal timore di un Brexit duro”, diagnostica l’IFO. Che è il potente istituto-consigliere della Cancelliera,  quello presieduto de Clemens Fuest, che da mesi minaccia l’Italia: “La  pazienza di Berlino è finita”.

https://www.ilfoglio.it/economia/2018/04/13/news/la-pazienza-di-berlino-e-finita-intervista-a-clemens-fuest-189323/

Mettiamoli sotto la categoria “Risvegli”, titolo come si sa di un  celebre esperimento psichiatrico. Come spiega Evans-Pritchard in uno dei suoi magistrali articoli sul Telegraph,  sul Brexit  le lobby industriali germaniche hanno guardato con degnazione: poveri inglesi, danno spettacolo di autolesionismo economico… ed hanno lasciato che la Commissione UE ponesse in atto il processo che mira a punire, ed umiliare,  Londra per ammaestrare tutti gli altri di quanto sia  costoso e pericoloso uscire dalla loro gabbia. Ciò che la dirigenza tedesca  – così tanto lungimirante –  non immaginava era che il parlamento britannico potesse bloccare l’accordo di ritiro che Juncker (meglio, il suo badante Selmayr, uomo-Merkel) avevano fatto ingoiare alla MaY, umiliandola e trattandola da serva.

Ricordiamo cosa i dèspoti hanno fatto ingoiare alla May: pagamento di 39 miliardi di sterline alla Kommissione,  per avere  in cambio il privilegio di dover accettare tutte le nuove direttive UE per due anni, non avendo più su di esse né voce  in capitolo né diritto di veto. In più, gli “strappano” l’Irlanda del Nord  (parole di Selmayr) che resta nella UE. In più, il derelitto Regno Unito, ridotto a stato-paria, avrebbe dovuto  rinegoziare un nuovo accordo  di commercio  con ciascuno dei 27 stati della UE, compresi ovviamente i baltici, Slovenia e Croazia: “un incubo negoziale”, dice Evans Pritchard, “alla fine del  quale il Regno Unito probabilmente finirà per dover accettare l’intero mercato unico per le merci e l’unione doganale, la libertà di circolazione, le quote di pesca e l’intero testo della Corte europea, al fine di ottenere qualsiasi accordo commerciale”.

Ciò che questi alti spiriti democratici non si aspettavano, era la solita irruzione della democrazia  parlamentare.  Adesso, senza accordo, Londra si avvia all’Hard Brexit. E la dirigenza tedesca scopre che il Brexit duro danneggia la Germania anche più della Gran Bretagna. S’è accorta, per fare un esempio, che  il Regno Unito “con 750 mila veicoli  l’anno, è il più grande mercato delle auto tedesche, più grande degli Stati Uniti e della Cina”,  ma  è anche  parte del sistema di sub-fornitori.  Lo IW Institut di Colonia s’è accorto che  in caso di hard Brexit,  le esportazioni tedesche in Gran Bretagna potrebbero calare del 57%. Non era poi tanto difficile prevederlo, visto che (come al solito) Berlino ha verso Londra un esagerato surplus commerciale, 54 miliardi, un quinto di tutto il surplus dell’export tedesco nel mondo.

Ogni anno il Pil britannico è tosato del  4,5% dalle importazioni nette dalla UE,  un grosso prelievo  sulla domanda interna aggregata.  In un Brexit “duro” , Londra avrebbe la possibilità, persino secondo le nome dell’WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) , di spostare i miliardi  attualmente trasferiti alla UE con le importazioni, “per proteggere settori specifici come la produzione di automobili”.  Potrebbe persino arrivare a nazionalizzazioni temporanee, come Obama fece per la General Motors nel 2009: “Gli stati sovrani possono fare quel che vogliono”, sottolinea il giornalista. In più, il benefico calo della sterlina si riflette subito in una diminuzione di questo export.

La Germania è resa ancora più fragile dalla recessione globale in corso. Dalla Federal Reserve che ha alzato i tassi, dalla Deutsche  Bank in   bilico sul buco nero,  dal rallentamento cinese (cresce “solo” del 5,5%,  nel  2019 del 4%  – che per Pechino è recessione):  è ovvio che  ciò  colpisca il paese più ferocemente esportatore,  che è sapete chi.  Ora gli industriali tedeschi stanno premendo sulla Merkel perché faccia alla May una “offerta che non possa rifiutare”, ciò  che Evans-Pritchard, un lucido “brexiteer”,  teme. Attenzione  però,  questo equivale ad un invito a  togliere a  Juncker e alla sua junta di malvagi gratuiti la trattativa,  ad esautorarla e  a  farle  abbassare le intenzioni punitive con cui – Germania consenziente –   l’oligarchia UE l’ha condotta.  Anche  qualche ora fa un membro della  Kommisija ha ridacchiato dicendo alla stampa che una uscita  senza accordo “danneggerà molto i servizi finanziari britannici” –  e Evans Pritchard dice: come si permette di usare un simile linguaggio un funzionario UE? Evidentemente nell’isola resta un orgoglio nazionale che noi italiani non abbiamo mai avuto..

Danneggiata anche l’Italia (perché la UE ci aiuta…)

E a proposito dell’Italia, il giornalista del Telegraph  informa che danneggerà più che la Gran Bretagna, “la Germania e l’Italia” perché “nonostante che l’Italia abbia una modesta esposizione commerciale diretta  con il Regno Unito, vi è esposta indirettamente  attraverso il polo industriale Milano-Torino, interconnesso [come sub-fornitore] alla  macchina esportativa  tedesca, che è in difficoltà.

Concetto da dedicare al presidente Mattarellla. Il quale, esultando e congratulandosi con  tutti gli altri potenti oligarchi  europeisti italiani per la  Caporetto di Salvini-Di Maio, ha scandito:  “L’Europa non è un “vincolo esterno” ma piuttosto un moltiplicatore nella nostra influenza internazionale e della nostra capacità di espansione economica e commerciale.” 

Ciascuno può vedere quanta verità contenga questa frase. Come dice Alessandro Del Prete, dopo Mattarella, Orwell è definitivamente un dilettante.

(P.S.  – Per far questo articolo mi sono abbonato al Telegraph, pagando per voi che invece mi leggete gratis, e fate i vostri commentini).

Secondo me farebbe bene ad abbonarsi anche Salvini, sottraendo il  suo tempo prezioso al Milan e alle visite di Albano. Anche a Di Maio non farebbe male. Perché il governo che doveva vincere la povertà  è un governo delle  tasse sui poveri sotto dettatura UE:

Gongola David Carretta, l’uomo dei radicali a Bruxelles: “La manovra populista: 4,2 miliardi di tagli agli investimenti più 2 miliardi di spese congelate nel 2019; 9,4 miliardi di aumenti IVA nel 2020”.

I tagli imposti dalla UE e accettati dal governo.

Un risultato che lo avvicina dalle “conquiste”   dei tre ultimi governi PD, Renzi-Letta-Gentiloni, come ricorda l’account manager Maurizio Corte:

2013-2018, 3 governi PD, 3 premier, 3 incapaci, altrimenti ne bastava uno…

Deficit/PIL: 2015=2,6%+6,4 miliardi  extradeficit

2016=2,4%+9,6  miliardi extradeficit

2017=2,4%+11,2 miliardi extradeficit

Insomma quattro bilanci taroccati”.

Al termine dei quali, ci hanno lasciato “altri 328  miliardi di debito pubblico”.

Ma questo a  Juncker, a Moscovici, a Mattarella, andava bene. Perché i taroccatori di bilanci, basta che non discutano il potere dispotico ed arbitrario della Komissija,  e possono sforare.

La religione laica di Einstein, maestro di vita

DI MASSIMO FINI

ilfattoquotidiano.it

Prima pagina della lettera

Christie’s ha venduto all’asta a New York per 2 milioni e 892.500 dollari una lettera che Albert Einstein scrisse a Eric Gutkind nel 1954, a 74 anni, mezzo secolo dopo aver preso il Nobel per la Fisica. Ma più fortunati del ricco Epulone che l’ha acquistata siamo noi che possiamo leggere gratuitamente questa straordinaria lettera di questo straordinario scienziato e di quest’uomo straordinario i cui pensieri continuano ad abitarci, come quelli di tutti i grandi, da Eraclito a Leonardo a Dante a Shakespeare a Milton a Nietzsche a Leopardi, anche se i loro corpi “dormono, dormono” sulla collina o altrove, e le loro menti non hanno più coscienza di sé e tantomeno di ciò che hanno suscitato.

La lettera di Einstein ruota intorno alla questione eterna dei rapporti fra scienza, religione, spiritualità e il mito di Dio. Einstein, da scienziato, è un ‘non credente’: “Sono un religioso, non un credente…Per me la parola ‘Dio’ non è altro che l’espressione e il risultato della debolezza umana”. E liquida la Bibbia (“un libro raccapricciante che suscita orrore” secondo l’interpretazione del laico Sergio Quinzio) il Vangelo e tutte le altre cosmogonie come raccolte di “Leggende venerabili ma piuttosto primitive. Non c’è un’interpretazione, per quanto sottile possa essere (e qui si riferisce precipuamente alla Bibbia, ndr) che mi faccia cambiare idea…Per me la religione ebraica nella sua versione originale è, come tutte le altre religioni, un’incarnazione di superstizioni primitive”. Insomma sono miti fondativi, ma senza nessun riscontro storico e tantomeno scientifico.

Ma Einstein non è un ‘non credente’ integralista, ‘freddo’ alla Rita Levi-Montalcini, se in questa stessa lettera riprende un passaggio di Spinoza che concepiva la figura di Dio come un essere senza forma, impersonale: l’artefice dell’ordine e della bellezza visibili nell’universo. In Einstein sembra quindi esserci comunque e nonostante tutto una tensione verso il trascendente e in questo credo consista la sua ‘spiritualità’. La presenza/assenza di Dio lo turba se nella famosa polemica col collega danese Niels Bohr, che aveva descritto per primo la struttura dell’atomo, gli replica: “Dio non gioca a dadi con l’universo”.

Einstein è ebreo e si riconosce nella cultura ebraica sia pur senza integralismi (“con piacere”) e scrive: “E la comunità ebraica, di cui faccio parte con piacere e alla cui mentalità sono profondamente ancorato, per me non ha alcun tipo di dignità differente dalle altre comunità. Sulla base della mia esperienza posso dire che gli ebrei non sono meglio degli altri gruppi umani, anche se la mancanza di potere evita loro di commettere le azioni peggiori”. E qui Einstein centra una questione molto attuale, che non ha a che vedere con la scienza ma con l’essenza dell’umano, e che risponde a quella legge storica per cui i vinti di ieri una volta diventati vincitori non si comportano molto diversamente dai loro antichi sopraffattori. Altrimenti sarebbe incomprensibile come lo Stato di Israele tenga a Gaza un enorme lager a cielo aperto, quando proprio dei lager gli ebrei sono stati vittime nei modi atroci che ci vengono sempre ricordati.

La lettera venduta l’altro giorno da Christie’s ci riporta anche alla famosa polemica fra Niels Bohr e lo stesso Einstein. In estrema sintesi: Bohr sostiene il “principio di indeterminazione” e cioè che la Scienza non può arrivare a scoprire la legge ultima dell’universo, Einstein al contrario non riuscirà mai a convincersi che non sia possibile, per l’uomo, arrivare alla Verità assoluta. E qui noi, pur nella consapevolezza di inserirci da nani in un confronto fra giganti, stiamo con Bohr che doveva aver ben presente il profondo insegnamento di Eraclito: “Tu non troverai i confini dell’anima (e qui per anima va intesa la Verità, ndr) per quanto vada innanzi, tanto profonda è la sua ragione”. E aggiunge: la legge autenticamente ultima ci sfugge, è perennemente al di là e man mano che cerchiamo di avvicinarla appare a una profondità che si fa sempre più lontana.

Infine in un’altra nota Einstein, nella sua saggezza umana, molto umana e nient’affatto troppo umana ci dà un consiglio, che con la fisica ha poco a che vedere, ma che dovrebbe far rizzare le orecchie ai cantori molto attuali, inesausti e dilaganti delle “sorti meravigliose e progressive”, delle crescite esponenziali e del mito del successo: “Una vita tranquilla e umile porta più felicità che l’inseguimento del successo e l’affanno senza tregue che ne è connesso”.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 12 dicembre 2018

Commento di Holodoc 
Il concetto citato da Einstein di un Dio impersonale, del Divino senza Ego, può sembrare originale se visto con gli occhi di chi è nato in seno alle religioni abramitiche.
In realtà è un concetto molto più antico di Abramo e lo si ritrova in tutti i culti animistici, ma anche nella tradizione orientale, ad esempio nelle filosofie Buddhista e Yoga.
in sostanza si tratta di credere che l’Universo intero abbia una sua coscienza, una energia o Spirito, da cui tutto, oggetti inanimati e viventi, è stato generato e da cui mai si separa. L’uomo, ingannato dal suo intelletto, è portato a credere di essere al contrario una entità isolata dalla Natura e dagli altri esseri (Dualità). Questo lo porta ad agire egoisticamente, ad essere invidioso, timoroso, avido, ambizioso e di conseguenza infelice.
Einstein, che aveva una sensibilità fuori dal comune, lo aveva capito.
Aveva capito la vera natura dell’Universo e lo ha dimostrato con le sue clamorose scoperte, frutto di intuizione e non di calcolo (la matematica era il suo punto debole).
Per questo non mi meraviglierei se un giorno, quando ci saremo evoluti a sufficienza, scopriremo che Einstein aveva avuto di nuovo ragione e che il Principio di Indeterminazione non è altro che la nostra attuale incapacità di vedere.